Erica Collacchi

Erica Collacchi

"Il ciclismo è uno sport di merda, e ci piace proprio per questo!"
Talmente di merda da risultare magnifico, perché fatto della stessa dimensione e della stessa sostanza della bicicletta, cioè la felicità. Ed è così chimicamente, surplus di endorfine. Ed è così soprattutto per mille altre ragioni, che con la chimica non hanno nulla a che vedere, ma riguardano il tempo, lo spazio, che riguardano in fondo la vita, della tua dimensione dell'essere. Perché la bici non è altro che un mezzo che accelera te stesso, non solo la comandi, devi spingerla; è un pezzo di acciaio (o di qualche altro materiale) che rispecchia fedelmente quello che hai da dargli, che non ha altro movimento se non il tuo, che impone sacrificio, voglia e coraggio.

Lo capisci ogni volta che esci in bicicletta che è così. Lo capisci ogni volta che inizia una salita e i muscoli iniziano a tirare, il cuore ad accelerare, i polmoni a far male, la bocca a seccarsi, a riempirsi di un gusto metallico, e serve acqua, acqua da bere, da versarsi in testa quando fa caldo. Lo capisci ogni volta che alla partenza c'è il sole e poi giunge il temporale, quello solito, la personalissima nuvola di Fantozzi che ti allaga fino alle ossa, che entra nelle scarpe quasi a farti uscire le rane. Lo capisci quando d'inverno esci con tutto il vestiario giusto, ma in discesa, nonostante i guanti, le tue mani si congelano e sai che il naso e le orecchie non sono presi tanto meglio, iniziano a far male e ci vuole un'ora sotto la doccia bollente per rimetterti a posto.
Lo capisci quando è estate e la città dorme e tu sei già sveglio a pedalare che l'alba arriva tra poco.
Lo capisci quando un camion ti supera a ottanta all'ora e lo spostamento d'aria quasi ti fa cadere e il respiro ti si strozza in gola e le gambe ti si fanno molli per lo spavento.
Lo capisci quando una macchina non ti dà la precedenza o se ne frega della tua presenza e al respiro e alle gambe succede quello che t'è successo prima.
Lo capisci quando ti arriva il vento contro, magari forte, magari agli ultimi dieci chilometri e non ce la fai ad andare avanti perché le forze ormai ti hanno abbandonato, ma non puoi far altro che andare avanti e sperare che le forze non ti abbandonino per davvero.

Lo capisci quando sei all'inizio dell'ascesa e la montagna sembra un gigante insormontabile e sei già a tutta che nemmeno è passato un chilometro e chissà quanti ne mancano alla vetta. E poi quella vetta la raggiungi e ti guardi indietro e vedi la valle alle tue spalle, sotto i tuoi occhi e tutto assume un'altra dimensione. Sui pedali ti fai piccolo, affronti un problema per volta, e così ascendi, scali, arrivi. Se sei bravo sfrutti questo anche quando sei sceso dalla sella. Altrimenti ti tocca risalire il prima possibile.

Un giorno a un Tour de France, Gianni Mura chiese a Marco Pantani perché andasse così forte in salita. Lui ci pensò un attimo e poi quasi di getto rispose: "Per abbreviare la mia agonia".

Quell'agonia è la stessa che chi va in bici conosce bene, quella fatta di fiato corto e corpo pesante. Quell'agonia noi ciclisti normali, noi gente comune che va in bici, non la possiamo abbreviare andando più veloci, ce la gustiamo fino in fondo, perché è giusto così, non è altro che quello che cerchiamo, il ciclismo è uno sport di merda, un lunga agonia, ma ci piace un sacco proprio per questo, perché ci fa sentire vivi.

μέλος από Ιουλίου 2017

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